lunedì 24 gennaio 2011

Scompare il "prodotto" in Fotografia

Copyright Silvio Lucchini - www.silviolucchini.com

Proseguono le mie riflessioni sul modo in cui è vissuta la fotografia, oggi, da molti “operatori” del settore. L’impatto della tecnologia digitale nella nostra vita ha cambiato radicalmente il modo di fruizione del pasto dei sensi, dell’udito e della vista: audio e musica, testi, immagini (statiche e in movimento, quindi video) sono stati letteralmente invasi dal “bit” che, a sua volta si è visto catapultato, tra l’altro, nel grandissimo calderone mediatico che è “Internet”, la rete delle reti, che tutto fagocita e tutto rigurgita con pochissimi filtri (ciò che è tanto sua gloria quanto infamia, non  è ancora dato discernere). In effetti solo questi due sensi hanno, finora, subito la “digitalizzazione”; gusto, olfatto e tatto sono rimasti indenni, almeno per ciò che riguarda il grande pubblico. Si registrano infatti studi e applicazioni pratiche per la digitalizzazione degli odori, a fini soprattutto catalogatori, mediante sofisticati strumenti, così come si sta riuscendo a dotare di sensazione tattile alcuni droni sperimentali, e forse anche il gusto, al pari dell’olfatto, sta subendo la stessa sorte a nostra insaputa in qualche geniale laboratorio sperduto.
Ma si tratta di studi del tutto primordiali, che non che non consentono ancora la produzione di oggetti in grado di riprodurre le sensazioni tattili, olfattive o gustative di altri oggetti; non esiste in sostanza, almeno per il grande pubblico, un oggetto ontologicamente simile ad un lettore Mp3 o ad una cornice lcd, che sia in grado, ad esempio, toccandolo di farci percepire la sensazione tattile di un peluche, di una borsa di pelle di pitone, della levigatezza di una barra di acciaio o delle asperità della corteccia di un pino silvestre.
Per la vista e per l’udito però ciò accade, essi sono già oggetto della “grande digitalizzazione”, con immani conseguenze per il campo che mi/ci interessa; vediamo quali, con la consapevolezza di una imprescindibile incompletezza di indagine.
Innanzitutto vorrei soffermarmi sul concetto di “processo”, contrapposto a quello di “prodotto” nel mondo della Fotografia. Come ho già spiegato in questo post fotografare significa innanzitutto risolvere un problema, consistente nel determinare i parametri di ripresa più corretti al fine di realizzare una corretta esposizione, che a sua volta rappresenta la “ricetta” per tradurre su supporto sensibile il referente (il soggetto) in modo nitido e chiaro. In questo senso, squisitamente tecnico, il processo fotografico consiste nell’insieme di operazioni necessarie a realizzare il prodotto fotografico, cioè a dire che cosa? Cosa intendiamo per prodotto in Fotografia?


Collocandoci  in periodo antecedente l’avvento della “grande digitalizzazione” la risposta è fin troppo scontata: il prodotto fotografico consiste nella fotografia con l’iniziale minuscola, ad intendere quel rettangolo, generalmente cartaceo, sul quale è impressa, per mezzo di una continuazione del processo iniziato in ripresa e che in questa fase può assumere una molteplicità di varianti (stampa ai sali d’argento, cibachrome, tipografica e più recentemente inkjet, a sublimazione, laser e via discorrendo), l’immagine!
“Vieni, ti faccio vedere le fotografie che ho fatto in vacanza!” – Con questa frase, fino a pochi anni fa, intendevamo, con assoluta certezza, mostrare a qualcuno un raccoglitore di stampe in formato compreso tra il 10x15 al 15x20 al massimo.
Oggi però la risposta non è più così scontata, affatto. “Cosa vuoi farmi vedere? Un CD-Rom con i jpeg? Ce li hai sul Pen-Drive? Ci colleghiamo a Facebook e guardiamo l’album che hai caricato on line? Hai fatto una presentazione con Power Point? Le guardiamo con il proiettore digitale collegato al Notebook? Ah, le hai stampate (quasi una delusione a volte, perché se le vogliamo mettere su Facebook le dobbiamo scansionare). 
Oggi, nell’era della “grande digitalizzazione”, il processo sta prendendo il sopravvento sul prodotto, e nel settore amatoriale il controllo è pressoché totale (la percentuale di foto stampate dai “vacanzieri” è drasticamente ridotta, prossima allo zero, con buona pace dei fotolaboratori, per i quali il servizio stampa era fonte di sostentamento primaria e che oggi è quasi una perdita). 

Una specificazione: il settore amatoriale cui mi riferisco è quello consistente in quella classe di soggetti che utilizza la fotografia solo per portare a casa dei ricordi visivi e per i quali ogni ostacolo tecnico è solo una seccatura, e che quindi si rivolgono a fotocamere il più possibile automatizzate. Quella classe di soggetti cui non interessa null’altro, insomma, che “carpire” un paesaggio, un monumento, un edificio o una scena qualunque per ricordarla e condividerla. Il che, come ho sempre detto, è rispettabilissimo ma non è l’unico modo né l’unico motivo per cui ci si può interessare alla fotografia.
La specificazione serve a comprendere come esistano settori nei quali il sopravvento del processo sul prodotto c’è ma non è ancora totale.

Tornando al discorso “processo Vs. prodotto”  si potrebbe eccepire, ragionevolmente, che non è vero che il primo sta prendendo il sopravvento, ma che è solo cambiato il prodotto: quello che prima era un oggetto materiale con una sua consistenza tangibile (la carta), oggi si è trasformato in una entità virtuale, che consiste in una successione di valori numerici espressi in codice binario (0, 1). A voler ragionare in questi termini non ci sarebbe alcun vero cambiamento: non ha alcuna importanza il fatto che la fotografia sia su carta o su uno dei diversi supporti che ho elencato prima a titolo di esempio (monitor, proiezione, Internet, ecc.), perché tanto è una fotografia; la possiamo sempre guardare (e le foto nascono per questo, per essere guardate), anzi oggi la “guardabilità” è grandemente moltiplicata dai molteplici strumenti di fruizione e condivisione di cui si diceva.
Eppure io ritengo che ci sia una falla, un errore nell’associare il termine prodotto a tutto questo.

Potrei passare per integralista, per un aficionado della stampa a tutti i costi e dell’intendere la fotografia solo e come carta stampata, ma non è propriamente così. Io non sto dicendo che la Fotografia è tale solo se è stampata; non sostengo che l’unico vero modo di fruire la fotografia è attraverso la stampa. Sarei un inetto oltre che incoerente ed ipocrita, dal momento che io per primo mi avvalgo dell’immagine virtuale, di Internet e di tutto il resto. Quello che sostengo è, semplicemente, l’ascesa del processo fotografico a discapito del prodotto.
Non si può, infatti, parlare di prodotto relativamente a qualcosa che non esiste che all’interno di un supporto di memorizzazione digitale e che, per essere fruito, ha bisogno di essere decodificato a vari livelli. E’ qui il nodo della questione: quella sequenza di bit che sono le fotografie digitali riesce a “divenire” immagine (sì che la si possa guardare tramite un dispositivo output) solo dopo una lunga serie di operazioni informatiche realizzate da sofisticati algoritmi matematici che interpretano quella lunga sequenza di dati binari (0, 1) in modo da tradurla in linguaggi di programmazione sempre di più alto livello macchina fino ad arrivare ai nostri occhi. Ma non è tutto.
I nostri occhi vedranno quell’immagini grazie ad un dispositivo di output (monitor, proiettore, display) che, per sua natura ed in modo poco controllabile, modificherà quell’immagine. Tali dispositivi infatti, per via dei materiali utilizzati nella costruzione, delle scelte di progettazione e per le diverse caratteristiche tecniche (ad es. luminosità e contrasto), visualizzeranno l’immagine in modo diverso tra loro, a volte in modo radicalmente diverso. E’ in questo senso che l’accezione “prodotto” muore. Non tanto, cioè, perché il prodotto non è più tangibile, materiale, quanto piuttosto perché non è più univoco!
Il prodotto è per definizione qualcosa di assoluto, mentre l’immagine digitale è assolutamente relativa per usare un eccellente ossimoro. Credo di aver chiarito questo saliente concetto, alla base delle mie teorizzazioni: non si può oggi parlare di prodotto fotografico in relazione all’immagine digitale, intendendo con questo termine non già l’immagine realizzata con tecnologia digitale, ma l’immagine che è composta da cifre (digit) e che non è tradotta in una entità assoluta che ancora oggi è rappresentata solo dalla stampa; e non tanto perché, ripeto, la stampa è materiale, tangibile, quanto piuttosto è assoluta in relazione a ciò che essa rappresenta. Ed in tal senso si risponde ad un’altra possibile e ragionevole eccezione: la stessa fotografia, stampata con tecniche diverse produce stampe diverse tra loro, con buona pace dell’assolutezza. Ebbene, se è assolutamente vero che varie tecniche di stampa producono risultati diversi in relazione alla stessa fotografia, è altrettanto vero che ogni singola stampa è in sé assoluta, e ciò non si può dire della serie numerica binaria dell’immagine digitale (del file per intenderci), che è relativa al dispositivo di visualizzazione e agli algoritmi di codifica/decodifica. E se qualcuno può ipotizzare che il dispositivo di visualizzazione equivale alla stampa dell’immagine, non si rende conto dell’errore insito in questa ipotesi: per guardare una stampa non necessita alcun dispositivo o artificio, mentre per guardare un file non si può prescindere da un elaboratore e da un dispositivo di visualizzazione (oltre che dei soliti algoritmi), elementi che manipolano e relativizzano ciò che invece la stampa rende assoluto nella sua singolarità. Ed inoltre, ed in ciò riprende vigore la mera materialità della stampa, una fotografia stampata posso cederla ad altri (al massimo ne stampo un’altra per me con la stessa tecnica della prima), ma non posso cedere il mio elaboratore e il mio monitor ogni volta che qualcuno, vedendo una mia fotografia tramite questi dispositivi, mi chiede gentilmente di poterla avere (e lo stesso vale per qualunque dispositivo di visualizzazione, dalla fotocamera con il suo display, al foto cellulare, allo smartphone ecc.).
Di fronte ad una richiesta del genere io posso (ma lo faccio solo con parenti strettissimi):
A)     Cedere il file di quella immagine, cioè la serie binaria di numeri, consapevole che il risultato di visione sarà inevitabilmente diverso a seconda di ogni diverso dispositivo che quel file decodificherà e visualizzerà (visione relativa)
B)      Stampare il file e cedere la stampa, consapevole di essere in procinto di generare un prodotto, diverso dalla visione tramite monitor ed elaboratore, ma certamente in sé stesso assoluto.

Una fotografia stampata è un prodotto che, sottoposto alla altrui visione, sarà percepito in modo univoco in relazione a ciò che è, cioè un’immagine stampata (lasciando da parte le considerazioni personali e gli stati emotivi soggettivi che la stampa suscita in ognuno). In questo senso il prodotto fotografico nell’era della “grande digitalizzazione” sta scomparendo.

Come ho già detto non si tratta di fare il funerale per la compianta fotografia stampata, sarebbe ipocrita. Si tratta piuttosto di prendere atto che oggi la Fotografia è più processo che prodotto, in alcuni settori quasi solo processo. Oggi non ci interessiamo più tanto al fatto di ottenere qualcosa che sia assoluto, ci interessa piuttosto utilizzare un processo che ci consenta una fruizione quanto più possibile malleabile, versatile, condivisibile con il maggior numero di persone possibile e questo la fotografia stampata non ce lo può dare.
La fotografia stampata è una “mummia”, per utilizzare le parole di Ando Gilardi, rispetto all’immagine della camera obscura, cioè di quell’immagine che si formava all’interno di una scatola di legno attraverso una lente ma che “si muoveva” e che si guardava attraverso un visore. Poi venne [Talbot] che, con l’invenzione del negativo, mummificò l’immagine. Oggi la fotografia digitale è la demummificazione della Fotografia.

Preso atto di tutto ciò, quali sono le conseguenze? Cosa comporta, cioè, il fatto che la Fotografia è sempre più intesa come processo anziché come prodotto? Rispondere a questa domanda è importante per recuperare la funzione comunicativa e narrativa della Fotografia, anche se potrebbe sembrare del tutto impertinente. Vorrei partire da una frase di Sandro Iovine, espressa in questo suo post che, tra l'altro, è l'editoriale al n.224 della sua rivista:

"Il processo ha luoghi e modi potenzialmente infiniti"

E' questa la chiave per comprendere ciò di cui sto parlando. Il processo fotografico è dato da un'insieme di operazioni vastissime, che hanno collocazione temporale, spaziale e modale diversissimi, virtualmente infiniti appunto. Il processo può iniziare nella mente del fotografo, quando questi inizia a pensare a cosa fotografare e poi al come fotografarlo (quindi scelta di attrezzature, lenti ecc.); può comprendere la fase di scatto in senso proprio, la post-produzione (per usare un termine molto in voga); può comprendere la fase di edizione (anche se Augusto Pieroni divide queste fasi si cura di specificare come l'ordine non sia tasssativo e come alcune di esse possono svolgersi insieme) e questa fase è oggi incredibilmente versatile e malleabile, come dicevo prima. 
Concentrarsi sul processo può portare, in mancanza di consapevolezza, a perdere di vista un "residuo" del prodotto, una sua molecola che, nonostante la "grande digitalizzazione" non è ancora stata del tutto scomposta (anche se ha subito notevoli attacchi): sto parlando di quello che può essere in prima battuta sintetizzato come aspetto comunicativo dell'immagine.

La conseguenza più eclatante dell’ascesa del processo è determinata, paradossalmente, dall’inconsapevolezza della retrocessione del prodotto. Il ché, in altri termini, vuole significare che la maggioranza dei “fotografi” non ha chiaro che il prodotto è scomparso/sta scomparendo, ma ciononostante subisce questa scomparsa. Come? Concentrandosi sul processo! Mancando il prodotto “stampa” la concentrazione del fotografo non può che dirigersi altrove e in questo "altrove" imperano i dati EXIF

Ancora più precisamente e per concludere, l'inconsapevole scomparsa del prodotto dirige passivamente e inconsapevolmente il fotoamatore verso un estremamente limitato interesse per il processo. Perché, lo ripeto, il male non è la naturale retrocessione del prodotto nell'era della "grande digitalizzazione", ma l'inconsapevolezza di questo unita alla convinzione che il processo siano solo dati exif.

E' in questo senso che il lavoro di Silvio Lucchini - "Exif Time: dello stato della fotografia amatoriale in Italia", pubblicato sul n. 224 de Il Fotografo risulta denso di significato.

11 commenti:

Antonio Caggese ha detto...

Io ho letto molto bene la presentazione di Iovine che accompagnava il lavoro di Lucchini, e questa è conclusione: “Il risultato è quindi una nuova immagine generata da dati tecnici predeterminati, ma allo stesso tempo composta dai dati stessi. L’origine dell’immagine si fonde quindi con i suoi dati costitutivi per divenire una nuova immagine che svela la sua natura più intima, ma allo stesso tempo dichiara la volontà di rompere il limite autoimposto della tecnica come unico valore e parametro interpretativo dell’immagine, per restituire alla progettualità a alla comunicazione il ruolo principale che loro competerebbe”.

La cosa che mi ha fatto sorridere è che questo giudizio (che per un mio limite mi sembra oscillare tra il banale e l’incomprensibile) accompagna delle foto che sono in parte dozzinali, ed in parte sconcertanti… di foto come quella a pagina 12 ne ho scattate tante, tipicamente quando, uscendo da una chiesa all’interno della quale ho impostato la sensibilità a ISO 1600, scattavo in pieno giorno non accorgendomi che stavo bruciando il fotogramma… con la differenza che io quelle fotografie partorite da un evidente errore le cancello sul posto, perché farle varcare la porta di casa mia sarebbe un’offesa alla memoria di Daguerre.

Insomma, la mia evidente incapacità di comprensione mi fa apparire tutto questo come un paradosso: cosa mi aspetto di trovare su una rivista come “Il Fotografo” che ospita opere di rilievo e conduce da sempre una crociata contro i dati di scatto? Appunto, delle foto con un minimo sindacale di qualità e (vade retro!) senza nessun cenno ai dati di scatto… anche perché, a quanto pare, sono l’unico che in alcuni casi ne riconosca l’utilità.

Invece… basta prendere delle foto oggettivamente brutte, corredarle dei dati exif e… diventano un capolavoro degno della copertina e di svariate pagine della rivista! :-)

Cioè… se i dati di scatto li mette un lettore a corredo di una foto discreta viene messo alla gogna, se invece un fotografo di professione (credo) li ostenta in abbinamento a foto orribili… guadagna la copertina!

Se non è un controsenso questo…

Mah… sono sempre consapevole che tutto ciò accada per un mio limite… eppure mi impegno, compro comunque “Il Fotografo”, lo leggo da cima a fondo, a volte approfondisco… ma non riesco a capire… e mi rendo conto che la mia mente primordiale si ferma alle foto attraenti di per sé… purtroppo non ce la faccio ad andare oltre, se una foto ha bisogno di così tante spiegazioni ha fallito il suo scopo… è proprio questa la fotografia che si parla addosso, per me.

Bye :-)

Giancarlo Parisi ha detto...

Antonio, io continuo a capire perfettamente la tua posizione, e ritengo che due possono essere i motivi per i quali continui a seguire queste discussioni (e a comprare la rivista): o sei aperto a nuove vedute e "aspetti" qualcuno che "riesca" a farti cambiare idea (sono sicuro che capisci le virgolette), oppure non è così e continui a fare avanti la tua (rispettabile quanto opinabile) posizione.

Il tuo modo di vedere il lavoro di Lucchini è senz'altro ragionevole in una certa misura, legata però, consentimelo, alla visione più semplicistica di quel lavoro.

Non sono "belle" fotografie, nel senso più tradizionale del termine, questo è certo. Ma prova un attimo a ragionare: l'autore ha voluto indagare un certo tema, il suo lavoro non è estetico ma sociale, psicologico per certi versi, uno studio sulle ragioni di un fenomeno da lui riscontrato, al quale studio segue di pari passo una provocazione (almeno un tentativo di provocazione). Ora, se quelle foto fossero state "belle" nel modo da te (e da altri) inteso, che razza di lavoro sarebbe stato?

Che senso avrebbe allegare i dati di scatto di foto "meravogliose" se l'intento è provocare? Sarebbe stato un'emulazione di quelle riviste che allegano sempre i dati di scatto.

Insomma, io leggo quel lavoro come una provocazione di questo tipo: "volevi i dati di scatto? Eccoteli" E ora che fai? Avevi bisogno dei dati di scatto per sapere che la foto era bruciata? Io non credo, ma così, forse, ora capirai che oltre i dati di scatto si può guardare altro in una fotografia".

Antonio Caggese ha detto...

Giancarlo, a parte il fatto che parlo più spesso con te che con mia moglie :-), penso che la nostra incolmabile differenza nell’intendere la fotografia sia racchiusa nella tua seguente frase: “il suo lavoro non è estetico ma sociale, psicologico”. Ecco dov’è il mio limite: mentre riesco ad associare l’aggettivo “estetico” al sostantivo “fotografia”, non riesco invece a farlo per gli aggettivi “sociale” e “psicologico”.

Se in un articolo incontro le parole “fotografia estetica” ci scivolo sopra alla grande, se invece mi capitano le parole “fotografia sociale” oppure “fotografia psicologica” ci inciampo sopra, e ruzzolo rovinosamente per il resto dell’articolo. Ma niente paura, non mi sconvolgo più di tanto… in fondo, le considero democraticamente delle diverse branche della fotografia, così come nella musica si passa da Pavarotti a Lady Gaga, da Hendrix a Mario Merola, da Sinatra a Pupo.

E comunque parliamo di artisti con qualità canore che almeno raggiungono il minimo sindacale, ovvero sono intonati. Lo stesso minimo sindacale che non raggiungono le foto di Lucchini, e che non riesco a vedere su una rivista di fotografia. Se io suonassi malamente in pubblico con la mia chitarra, verrei seppellito da tonnellate di ortaggi, il mio manager verrebbe licenziato ed il mio nome messo all’indice di tutti i locali. E credo che non avrei speranze se cercassi di spiegare che la mia musica è “sociale” oppure “psicologica” e che la mia era una “provocazione”. A mio avviso, non si può prendere il “brutto”, vestirlo a festa con un concetto, incipriargli il naso con una provocazione e passarlo per arte…

Per come sono fatto, non credo che io possa immaginare di cambiare radicalmente il punto di vista, però non ne rifiuto a priori l’esistenza e la dignità di uno diverso dal mio… alla fine, penso che almeno una qualità mi debba essere riconosciuta, ovvero quella di continuare comunque (con curiosità) a comprare “Il Fotografo” e ad interessarmi alle fantasiose digressioni del suo direttore, così come, da Nikonista convinto, leggo con grande curiosità i test di una nuova reflex di Canon che non comprerò mai.
Bye :-)

Giancarlo Parisi ha detto...

Fino a Siatra e pupo il tuo intervento è coerente e condivisibile. E' quando tiri fuori il concetto di "minimo sindacale" che mi perdo.

Il fatto è che il concetto di minimo sindacale è impalpabile, e difficilmente (anzi impossibilmente) può essere preso a parametro oggettivo del pubblicabile o meno.

E non voglio dilungarmi in noiose esemplificazioni perchè non è mia intenzione passare per quello che impone per forza qualcosa.

Per il resto è tutto ok... :-)

Silvio Lucchini ha detto...

Un ringraziamento a Giancarlo per il post dedicato al mio lavoro e per la discussione aperta, ringrazio anche Caggese per le osservazioni fatte e per avermi dato l'occasione di presentare la mia ricerca al direttore Sandro Iovine.
Purtroppo non posso dedicare molto tempo come vorrei alle discussioni sui blog per gli impegni di lavoro, infatti non essendo un professionista (prima precisazione) devo gestire bene il mio tempo libero e preferisco impiegarlo nella creatività che nel dare spiegazioni o cercare di far capire i mei progetti.
Ribadisco Exif Time (Dello stato della fotografia amatoriale in Italia) è, in primis, una provocazione e da quello che leggo funziona. Essendo una ricerca che parte da un concetto, ha poco senso leggerla in chiave puramente estetica, perchè va a criticare proprio questa attitudine fotografica che ha dei limiti (essendo solo una delle tante possibili interpretazioni dell'immagine). L'arte contemporanea ha superato l'aspetto puramente estetico da molto tempo, le tele dello Spazialismo di Lucio Fontana certo non sono mai state definite dei bei quadri, prevale l'idea, il concetto. La fotografia è un mezzo espressivo ed è importante usarlo in tutte le sue forme possibili, senza porsi dei limiti precostituiti, dogmi o cliché. Come dice la fotografa e artista Martha Rosler, in risposta alla classica frase del pubblico di fronte ad un'opera d'arte contemporanea, "questo potrei farlo anche io!", risponde "please do it" ("per favore fallo!").
Anche per la musica il discorso è relativo, "Rain Dogs" uno dei più importanti LP di Tom Waits vede la collaborazione con il chitarrista Marc Ribot ricordato in particolare per il suo stile "scordato" caratterizzato dall'utilizzo di una chitarra volutamente non intonata.
Per me l'arte non è solo seguire dei binari precostituiti ma provare a deragliare in maniera cosciente.
Saluti!

Giancarlo Parisi ha detto...

Ti ringrazio, Silvio, per la partecipazione con questo interessante intervento che, in ottima sintesi, esprime molti concetti.

Qui non si vuole imporre a nessuno di deragliare, né con coscienza né, tantomeno, senza. Ciò che si vuole (che io vorrei) è che si comprendesse che esiste questa possibilità. Se lo si comprendesse davvero allora non sarebbe così facile sorridere della pubblicazione del tuo lavoro, ma si potrebbe riflettere.

Chiaro che mi riferisco a quanto detto in precedenza da Antonio, ma senza ironia, quanto piuttosto con il più sano degli spiriti costruttivi.

Antonio Caggese ha detto...

Anche io non avrei molto tempo da dedicare alle disquisizioni sui blog, anche se mi piacerebbe molto.

Per Silvio: innanzitutto premetto che ho visionato il tuo sito apprezzando molto gli altri tuoi lavori, quindi le mie critiche (per quello che valgono) sono rivolte esclusivamente al progetto “Exif Time”. Inoltre, la tua citazione di Fontana cade proprio “a fagiolo”! :-) Sì, perché è proprio quel modo di intendere l’arte che a me non piace. Mi emoziona molto di più un quadro della “Roma sparita” venduto sulle bancarelle di Piazza Navona che un quadro di Fontana, sempre per il mio limite di non riuscire a concepire un’opera d’arte visiva che ha bisogno di concetti per esser apprezzata. Fortunatamente non possiamo controllare certe emozioni, a causa delle quali quando vedo una foto scattata sugli scogli irlandesi mi si mozza il fiato, se vedo invece il servizio “Exif Time” oppure uno dei “Concetti Spaziali” di Fontana mi viene da ridere… ma senza offesa, se qualcuno gode delle tue opere (o di quelle di Fontana) con la stessa intensità di come godo io di fronte ai paesaggi marini… va benissimo, sono contento per entrambi, evviva! :-)

Il tuo richiamo a Waits ed il suo chitarrista è più che calzante, anche se parliamo della classica eccezione che conferma la regola: non è il mio genere, ma a volte l’ho ascoltato, e devo dire che può dare l’impressione di trovarsi di fronte ad un ubriaco stonato che canta con una chitarra scordata, ma parliamo di un caso unico al mondo tra quelli che ha avuto un discreto successo discografico. E’ un’arte per pochi, come le opere di Fontana, che possono apprezzare solo un ristretto numero di persone a cui piace anche il distinguersi dalla massa. In fondo, quando Pavarotti steccava succedeva una tragedia!

Per Giancarlo: la tua speranza è legittima, ma con me hai perso in partenza! :-) anche perché oltre ad ammettere di non riuscire a comprendere certi ragionamenti c’è anche un rifiuto categorico a dover leggere un testo per capire una fotografia, e questo è un ostacolo ben più insormontabile.

E concludo dicendo che a volte le scelte editoriali della rivista “Il Fotografo” mi sembrano dettate dal desiderio (legittimo) di esplorare nuove frontiere perché annoiati dalle “solite” fotografie, arrivando a proporre delle opere che sono però ai limiti dell’avanguardia fine a se stessa. Nulla da eccepire se la rivista riesce a campare dignitosamente percorrendo questa strada, in fondo viene pubblicata dalla stessa casa editrice che pubblica una rivista ai suoi antipodi come “Digital Camera”.

Bye

Giancarlo Parisi ha detto...

Capisco Antonio, infatti pur riferendomi al tuo intervento la mia considerazione era generale.

In ogni caso, qualora non fosse chiaro, io non perseguo il "bello a tutti i costi", ma il "dire brutto consapevolmente".

Nè Fontana nè Lucchini devono piacere per forza, ma ridere a priori può essere (per me lo è) limitante...

TMax ha detto...

condivido totalmente l'ultimo passaggio del post di Giancarlo
"Nè Fontana nè Lucchini devono piacere per forza, ma ridere a priori può essere (per me lo è) limitante..."

bisognerebbe riflettere molto...

personalmente apprezzo il lavoro di Lucchini, non guardo alle foto presentate per trarne 'gaudio estetico' per quello guardo altrove...
le guardo insieme come progetto, come provocazione, provocazione che condivido...

personalmente sono stufo di parlare con fotoamatori che non fanno altro che parlare di macchine, obiettivi e da quando esiste il digitale tutti a sbrodolare gli 'inutili' dati Efix... dati utili solo per l'autore ma che non dicono nulla a chi osserva una foto.

Lo sosteneva negli anni 79 forse prima Andreas Feininger , facendo notare che non sapendo nulla del tipo e della qualità della luce presente al momento dello scatto era pressochè inutile sapere iso, diaframmi tempi..ecc...

col digitale ancora peggio, visto che appena si rimappano i pixel di un immagine si perde completamente la relazione con la reale qualità e quantità di luce che ha colpito il sensore...

Il fotoamatore dovrebbe iniziare a fare uno sforzo per imparare a guardare, osservare leggere le foto
come fa ad esempio Dyrer nel suo splendido libro l'infinito istante;
e a smetterla di dedicarsi esclusivamente agli aspetti tecnici...

..parola di fotoamatore....

Giancarlo Parisi ha detto...

Grazie per il tuo interessante intervento Massimo.
Capisco la tua posizione, anche se piuttosto totalitaria :-)
D'altra parte è vero che ai mali estremi, estremi rimedi... :-)

francesco peluso ha detto...

Queste querelle mi fanno sorridere, perchè nonostante siano storie vecchie continuiamo ad azzuffarci.
Durante il periodo di Weston i criteri per valutare una fotografia erano nitidezza, precisione di messa a fuoco, corretta esposizione, perfezione qualitativa nella stampa.
Tutto il resto era da condannare, come la querelle con Atget bocciato dallo stesso Weston perchè definito "non un buon tecnico".
Ma da allora sono passati 50-60-70 anni e lo stile purista basato sulla perfezione della bellezza è passato in secondo piano.
E Atget si è preso la sua rivincita.
Ci si è accorto che è il contenuto, il concetto che riesce ad esprimere un'immagine a farla diventare immortale.
Non l'aspetto esteriore.
Perchè è strano a dire, ma la bellezza (e la perfezione) stanca.
mentre le imperfezioni, le asimmetrie attirano, donano interesse alle cose.
Anche alle cose più semplici e banali.
E che non sempre una fotografia di una cosa bella è una bella fotografia.
Anche se correttamente esposta.
Siamo esseri strani.